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Liguria, a che punto siamo con l’emergenza?

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Nella gestione di questa emergenza sanitaria, la Liguria si trova al confine e fortemente connessa con le regioni più colpite dall’epidemia, a partire dalla Lombardia e dal Piacentino. Una posizione critica, appesantita dalle scelte di molti residenti in altre Regioni di trasferirsi, all’inizio dell’epidemia, nelle seconde case o di trascorrere i week end in Riviera.

Ogni Regione ha poi un suo modello di sistema sanitario, con le sue caratteristiche e le sue criticità. C’è stata una corsa contro il tempo per attivare reparti, riaprire ospedali, riconvertire spazi e aumentare la capacità di posti letto, di modo da poter reggere l’impatto dell’epidemia. In tutto ciò, le regioni al confine rispetto ai focolai hanno potuto vedere come le prime realtà affrontavano l’emergenza, quali problemi stanno avendo, come reagisce il sistema sanitario. E sulla base di questo prepararsi all’ondata di contagi nelle proprie realtà, provando ad adottare le misure possibili e magari ad ispirarsi anche a modelli che in altre Regioni hanno funzionato.

Sulla base, anche, di questo principio abbiamo avanzato proposte sull’emergenza sanitaria nella nostra Regione, chiedendo di rafforzare e sperimentare, per far sì di essere sempre più in grado di rispondere.

Vi sintetizzo per punti i principali aspetti che abbiamo segnalato

Tamponi e analisi per il personale medico

In questi giorni si è molto parlato di tamponi a tappeto, di nuovi sistemi di controllo dei positivi: la Liguria in queste settimane ha scelto di effettuare molti meno tamponi rispetto alla media nazionale, con una scelta che ha creato molte discussioni. E che la Regione motivava così: il tampone anche negativo non è indicativo che non si avrà il coronavirus nei prossimi giorni, quindi lo si fa solo a chi ha sintomi conclamati. Una impostazione minimalista, che però non ha evitato numerosi ritardi comunque nella realizzazione dei test anche per soggetti con sintomi riconducibili. Per questo, abbiamo chiesto un cambio di strategia, osservando l’evoluzione anche in altre Regioni. Per questo abbiamo chiesto

  • Rafforzare la rete dei laboratori autorizzati a realizzare i tamponi, su tutto il territorio regionale.
  • Verifica dei laboratori privati che possono realizzare i test cd. sierologici, (che verificano la presenza di anticorpi al COVID-19 nel sangue), evitando un mercato “privato dei test” a prezzi elevati e garantendo che questi test vengano effettuati su tutto il personale sanitario, con regolarità, per capire meglio qual è il loro stato di salute.
  • Aumento progressivo dei tamponi effettuati quotidianamente su tutti i soggetti a maggior rischio contagio, con quindi la possibilità di attivarsi precocemente nelle operazioni di quarantena.
  • Una disciplina specifica e rafforzata per gli operatori sanitari, a partire dai medici di medicina generale, che devono avere maggior possibilità di incidere nella richiesta di tamponi e test, e tempi di risposta rapidi, sia per i pazienti che per loro stessi.

In queste ore Regione Liguria, ha annunciato con alcuni comunicati stampa, l’intenzione di aumentare il numero di laboratori autorizzati, per realizzare più test e l’introduzione di esami sierologici nel sangue al personale sanitario. Vedremo come verrà realizzato e in che tempi.

Diagnosi precoce e assistenza domiciliare

Se scorrete i dati regione per regione, si nota che il tasso di letalità (numero di morti su numero di contagiati) varia moltissimo: da oltre il 15% della Lombardia al 2% del Veneto. La Liguria è attualmente la seconda Regione per numero di letalità. Sulle ragioni di questa discrepanza ho letto diverse interpretazioni, articoli molto interessanti: ci sara tempo dopo su un giudizio sui sistemi sanitari e su quello che è stato sbagliato in questi anni, a partire dalla privatizzazione e la destrutturazione della sanità pubblica. Basiamoci in questa emergenza su fatti e proviamo a capire come replicare le buone pratiche anche nella nostra Regione, per tutelare la salute pubblica. E’ evidente che i sistemi sanitari che hanno retto meglio finora – Veneto, Emilia Romagna, Toscana – sono quelli che hanno “ospedalizzato” meno, lavorando sulla rete territoriale, sull’assistenza domiciliare e sul ruolo dei medici di medicina generale (fondamentale, nonostante Regione Liguria abbia recentemente risposto in modo polemico nei loro confronti, per aver richiesto maggiori dispositivi di protezione individuale).

Ci sono diversi modelli positivi in questo senso, da Piacenza al Veneto. La scorsa settimana, dopo l’approvazione del Decreto Cura Italia, abbiamo segnalato a Regione Liguria alcune nuove possibilità previste per rafforzare l’offerta sanitaria, previste proprio dal decreto:

  • La creazione di task force – gruppi di lavoro di medici e operatori sanitari – attivi per ogni zona di riferimento (almeno 50 mila abitanti), con l’obiettivo di rafforzare la presenza della continuità assistenziale sul territorio, sgravando ospedali e pronto soccorso.
  • Queste unità speciali, dotate dei necessari dispositivi di protezione individuali, potrebbero garantire il rafforzamento delle visite domiciliari, soprattutto nel caso di anziani soli o di casi ancora lievi di positività
  • Per questo è necessaria l’individuazione di una strategia regionale, per le diagnosi precoci: tamponi, assistenza domiciliare se possibile, terapie farmacologiche e controllo a distanza dei pazienti, potrebbe consentire di ridurre le complicazioni di casi e limitare i ricoveri, che spesso avvengono dopo diversi giorni di febbre e o affaticamento, complicando i quadri clinici dei pazienti.

Ad oggi non è ancora attiva nessuna di queste unità speciali, ma Regione ha annunciato che ha dato mandato alle varie ASL di prevederle. Ovviamente devono poter operare in sicurezza e con una uniformità di protocolli, con delle linee guida regionali che sono necessarie.

Fragilità

Nell’emergenza la rete ospedaliera è quella più colpita da fenomeni di contagi, e va adeguatamente protetta. Ma resta da proteggere la rete dell’assistenza, delle strutture socio sanitarie, delle RSA e il mondo della fragilità: anziani, disabili, malati psichiatrici, malati cronici, soggetti affetti da dipendenze. I casi di contagi diffusi in strutture residenziali in Lombardia, ha segnalato la necessità di prevedere misure di protezione specifica.

Per questo abbiamo chiesto di mettere in campo alcune azioni:

  • Di inserire nelle campagne di screening sierologico e di tamponi il personale e gli ospiti delle strutture, di modo da avere, in pochi giorni, un quadro aggiornato della situazione e limitare i rischi di contagio
  • Di prevedere, in caso di dimissione da ricoveri ospedalieri di persone in strutture residenziali per casistiche analoghe a quelle COVID-19, appositi protocolli di tutela del personale e degli ospiti per che consentano in maniera precauzionale la limitazione dei contatti.
  • Il rafforzamento del personale dedicato, a partire dagli Operatori Socio Sanitari e la contestuale formazione alle misure di autoprotezione collegato all’emergenza COVID-19, formazione e gestione che ad oggi è presente molto nella rete ospedaliera e meno nelle strutture socio sanitarie.

Su queste misure ci attendiamo una risposta molto forte e una azione determinata nei prossimi giorni su tutto il territorio regionale.

Ospitalità durante la quarantena

Collegata al tema dell’ospedalizzazione e dell’isolamento domiciliare dei casi, in queste settimane ci si è dovuti confrontare con alcune necessità che riguardano il tema della casa e dell’ospitalità, sia per quanto riguarda gli isolamenti e le quarantene, sia per la gestione dell’emergenza sanitaria. Le attività ricettive e dell’ospitalità diffusa sono ancora tra quelle aperte secondo il nuovo decreto del Governo e stanno offrendo, spesso sotto l’iniziativa dei Comuni e delle ASL, forme di alloggi per personale medico.

Ma anche su questo sarebbe importante avere una strategia regionale che consenta di mettere in campo misure che diano un alloggio a diversi tipi di soggetti. Con una nota inviata domenica alla Giunta ho proposto di coinvolgere albergatori, mondo dell’ospitalità diffusa e privati in una azione di reperimento di alloggi disponibili per tre tipologie di soggetti.

  • Personale sanitario o comunque coinvolto nella gestione dell’emergenza che abbia bisogno di ospitalità, o perchè in trasferta da dove vive, o per ragioni di volontario isolamento rispetto a nuclei familiari, perchè magari vi sono presenti soggetti a rischio;
  • Soggetti in quarantena o in isolamento volontario che si trovino nell’impossibilità di poterla svolgere nelle proprie case;
  • Persona senza fissa dimora a cui offrire spazi più ampi rispetto alle strutture di acccoglienza, e garantire, con le associazioni e i servizi sociali, il supporto in questa fase, sia dal punto di vista dei beni essenziali, sia l’assistenza medica.

Su queste misure attendiamo di capire se e in che modo Regione può sostenere iniziative già messe in campo dagli enti locali e se può svolgere con le associazioni di categoria azioni di sensibilizzazione e convenzioni per rafforzare l’ospitalità durante la quarantena.

Dispositivi e materiali

La discussione di queste settimane si è molto incentrata sulle carenze di dispositivi di protezione individuale, come le mascherine e di materiali per il personale medico e dell’assistenza sanitaria. Una carenza di approvvigionamenti che riguarda tutti, e ognuno avrà visto le notizie di forniture bloccate in Paesi stranieri. Si sta cercando in ogni modo di incentivare la produzione di questi dispositivi: le mascherine sono di diverso tipo, a seconda del livello di protezione (chirurgiche, FPP2, FPP3. Sigle che ormai abbiamo cominciato a conoscere tutti). Si è scelto, con provvedimento del governo, di mettere in campo due tipi di azioni: l’istituzione di un commissario che si occupi dell’approvvigionamento e la possibilità di riconvertire le aziende, semplificando la produzione di questi dispositivi, e di altro materiale sanitario.

Anche su questo tema, abbiamo avanzato alcune proposte, e in questi giorni ho mantenuto contatti con diverse imprese che volevano capire come rendersi utili in questo momento:

  • la possibilità di prevedere, come in Toscana, la realizzazione di mascherine chirurgiche tessuto non tessuto, omologate, chiedendo la disponibilità alle aziende nel nostro territorio che già operano in questo settore. Queste mascherine potrebbero essere distribuite non solo nel settore sanitario, ma nei punti di maggior accesso (supermercati, farmacie) e messe a disposizione del personale operativo, a diverso titolo.
  • la creazione di un vademecum per le imprese che vogliono convertire la propria produzione a beni sanitari: come già fatto in Emilia Romagna, creare un elenco di brevetti, codici, disciplinari, supporto alle procedure autorizzati, di modo da rendere più accessibile e più rapido la valutazione della possibilità di produrre o meno prodotti utili in emergenza.
  • l’attivazione di uno specifico approfondimento nel distretto della subacquea: i maggiori produttori del settore subacqueo, a livello mondiale, sono in Liguria. Molti prodotti, in particolare le maschere, si sono rivelati compatibili con gli usi nei reparti più critici – terapie intensive e subintensive. Prevedere un supporto più forte tra la ricerca, anche coinvolgendo Università di Genova e IIT, e le imprese del settore può ampliare ancora i possibili utilizzi e rafforzare le produzioni, sia per la Liguria che per il resto del Paese.

Questa settimana si è tenuta una prima riunione di Regione Liguria con le associazioni di categoria, per verificare le disponibilità. Nel frattempo molte aziende hanno già iniziato procedure di riconversione, segno della disponibilità in questo senso.


Queste sono alcune delle prime proposte che abbiamo avanzato in queste settimane, con l’obiettivo di rafforzare la tenuta del sistema ligure in questa fase di emergenza. Consapevoli che nessuno ha ricette preparate e che nessuna regione deve sentirsi autosufficiente nelle proprie proposte e nei propri sistemi. Le esperienze e le osservazioni sul campo possono aiutare a fare meglio, in una situazione molto critica.

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