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Diario della quarantena. 2

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Vi è mai capitato di incontrare in vacanza persone che nella vita quotidiana si è sempre solo incrociato per strada e trovarsi a salutarle con maggiore calore? Ecco, uno degli aspetti magari minori della quarantena è che, nei pochi momenti concessi per la spesa e le necessità, le persone che ho sempre incontrato nella vita normale le saluto o mi salutano con calore. Spesso sorridono (io pure, il che dovrebbe essere indicativo della gravità della situazione).

“Come stai? E’ la frase d’esordio nel mondo che ho intorno / Tutto bene, ho una casa /E sto lavorando ogni giorno / Che cosa vuoi che dica? Di cosa vuoi che parli?”, cantava Brunori. In questi giorni questa mi sono sentito ripetere e mi sono sentito dire tante volte “Come stai?”, non come semplice frase di rito, ma con un sentimento vero, di preoccupazione comune. Non solo sul fatto che si aveva la febbre o meno, ma più per capire quali segni lasciano le paure, le preoccupazioni, la vita alla giornata che ognuno di noi affronta. La prima, ovviamente la salute. Quella di ognuno di noi, ma spesso molto più quella di chi c’è più caro. La seconda, il futuro: Ora si chiude tutto, ma cosa sarà dopo? Come riprenderà la vita normale? Quanto ci servirà per rialzarsi? Avremo un lavoro, o no? E la politica, frase che mi rivolgono spesso, cosa sta facendo? In questi giorni, faccio quel che posso: ascolto amministratori, operatori sanitari, persone che espongono i mille problemi – grandi o piccoli – che l’emergenza sta creando. Dai guanti alle mascherine, dalle difficoltà delle famiglie a organizzare il “stare a casa”, dalla solitudine di tanti, alla solidarietà che si organizza. E poi però c’è il dopo. E la risposta non è facile per nulla: nel senso che molti degli strumenti, delle parole sempre ripetute, sono diventate nel giro di pochi giorni, inservibili, e quindi si dovranno battere nuovi sentieri, senza timidezze. Scorrono cifre che pochi mesi fa sembravano impensabili: 25 miliardi per un primo mese, 25 nel secondo. Impensabili, ma che sappiamo essere solo una parte di quello che serve. E che dà il senso della misura di quello che dovremo affrontare.

Sono passate due settimane dal lockdown. Un primo giro di quarantena: quattordici giorni in cui siamo passati un po’ tutti dall’energia dei primi giorni, al riempirsi le giornate per non pensare, alla necessità di essere connessi sempre, al lavoro che riempie le giornate, ai flash mob, fino alla preoccupazione più profonda di questi giorni, con i numeri che crescono, e la consapevolezza che sono nomi, vite, e che le tracce che lascerà questa esperienza nelle comunità, saranno grandi e profonde, come in una guerra. Tracce e energie di riscatto, perchè, come ha detto Guccini poco tempo fa, “dopo la guerra, c’era una voglia di ballare che faceva luce”. Ecco, sarà così. Anche per chi, come me, non sa ballare. Ancora.

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