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Diario della quarantena. 5

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La fase due che stiamo affrontando in questo momento, forse l’unica finora, è la Fase due della quarantena. Alla fine, avremo passato quasi due mesi in questo tempo sospeso. E gli effetti, anche in quelli con maggiore capacità di assorbimento, si fanno sentire. E’ una sensazione strana: è come se il tempo scorresse più lento ma allo stesso tempo più veloce. Le giornate sempre uguali, con l’unico distinguo della Pasqua e della Pasquetta a rompere il ritmo settimanale. Ma allo stesso tempo, ci si volta indietro e il mese appena passato sembra essere andato via in poco, nonostante si abbiano ricordi lontani, distanti di quella che era la vita pre lockdown.

“E’ passato un mese, in niente, ma sembra passato un’era da quando è iniziata” mi ha detto un’amica. Ed è così: questa gestione del tempo sarà un’incognita anche per il dopo. Le prossime due settimane, immagino, scorreranno più lente, in attesa della progressiva riapertura del Paese. Un po’ per saturazione, un po’ per preoccupazione di vedere cosa sarà dopo, e come si riacquisterà una nuova routine, ognuno di noi.

Una routine che non sarà il ritorno alla normalità, ma la gestione di una transitorietà dell’emergenza: a piccoli passi, cauta, stretta tra la necessità di tornare a lavorare – per chi lavora – o a fare le cose che si facevano prima, ma con il freno a mano tirato, consapevoli che esiste, ancora, una dose di rischio per cui ci si dovrà adattare a questa fase nuova.

Non condivido la fretta di chi dice che bisogna riaprire, tutto, subito: negli ultimi giorni ho sentito molte persone strette in un dilemma. Lavorare perchè ne ho bisogno, o rinviare perchè si teme ancora per la propria salute? Le ordinanze pasticciate e i messaggi che si stanno dando causano ancora più confusione e stress di quello a cui si è già sottoposti.

Il punto è il come affrontiamo il dopo: con un linguaggio di verità, bisogna dire che cosa si può fare in relativa sicurezza, e cosa non è ancora pronto. Come cambieremo il nostro modo di relazionarci all’esterno. Come ci sposteremo, per chi un’auto non ce l’ha. Come certi settori possano essere aiutati a riconvertire le proprie attività in un momento di crisi, o a inventarsi soluzioni diverse. E in tutto ciò bisognerà essere in grado di arrivare a tutti, a chi è pronto e chi è meno pronto a affrontare questa nuova transitoria situazione. Questo dovrebbe essere il punto su cui la politica dovrebbe muoversi: trovare la strada più sicura, per tutti, sapendo che ci si muove su una lastra di ghiaccio sottile, e che non bisogna fare passi falsi.

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