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La crisi più pazza del mondo – terza parte

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Nella prima puntata abbiamo raccontato l’avvio della crisi del Governo gialloverde, nella seconda la sua caduta . Ora è tempo di capire se e come nascerà qualcosa di diverso.

Nelle mani di Mattarella

Il Presidente della Repubblica aveva lasciato le forze politiche con un compito: quello di verificare se esistevano le condizioni di una proposta di Governo e di una figura che lo rappresentasse. Altrimenti il voto.

Il secondo giro di consultazioni (tra martedì e mercoledì) ha portato alla formalizzazione di una proposta di accordo tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, sancito da un voto quasi unanime nella direzione del Partito Democratico (evento rarissimo, l’unanimità, ma indicativo della gravità del momento).

Mattarella, nella giornata di giovedì ha convocato Giuseppe Conte per conferirgli l’incarico di formare un nuovo Governo. Giuseppe Conte ha accolto l’incarico con riserva.

L’intervento iniziale ha sottolineato alcuni punti di azione (mescolati in tante parole)

Realizzerò un Governo nel segno della NOVITÀ: è quello che mi chiedono le forze politiche che hanno annunciato la disponibilità a farne parte.
Questo è il momento di una NUOVA STAGIONE, un’ampia stagione RIFORMATRICE, di rilancio e di speranza, che offra al Paese risposte e anche certezze.


Mi ripropongo di creare una squadra di lavoro che si dedichi incessantemente e con tutte le proprie competenze ed energie a offrire ai nostri figli l’opportunità di vivere in un Paese migliore:
un Paese in cui l’istruzione sia di qualità e aperta a tutti,
un Paese all’avanguardia nella ricerca e nelle più sofisticate tecnologie,
che primeggi, a livello internazionale, nella tutela dell’ambiente, della protezione delle bio-diversità e dei mari,
che abbia infrastrutture sicure e reti efficienti, che si alimenti prevalentemente con le energie rinnovabili,
che valorizzi i beni comuni e il patrimonio artistico e culturale,
che integri stabilmente nella propria agenda politica il Benessere equo e sostenibile,
un Paese che rimuova le diseguaglianze di ogni tipo: sociali, territoriali, di genere;
che sia un modello di riferimento, a livello internazionale, nella protezione delle persone con disabilità;
che non lasci che le proprie energie giovanili si disperdano fuori dei confini nazionali, ma un Paese che sia anzi fortemente attraente per i giovani che risiedono all’estero;
che veda un Mezzogiorno finalmente rigoglioso di tutte le sue ricchezze umane, naturali, culturali;
un Paese nel quale la P.A. non sia permeabile alla corruzione e sia amica dei cittadini e delle imprese; con una giustizia più equa ed efficiente;
dove le tasse le paghino tutti, ma proprio tutti, ma le paghino meno.

Dichiarazione del presidente incaricato Giuseppe Conte

Gli occhi su Conte.

Con il conferimento dell’incarico a Giuseppe Conte si è aperta la fase procedurale delle consultazioni tra le varie forze politiche, su programmi, priorità e assetti. Su questo torneremo. Ma il punto iniziale è un altro, riguarda noi ed è ben segnalato qui:

A me pare che il compito nostro (del Pd) nelle prossime ore e giornate debba essere uno: ancorare questa parabola a un principio di credibilità. Lo ripeto perché l’accusa di una manovra di palazzo sarà violenta così come l’idea di avere sottratto agli italiani il diritto al voto. Per rispondere a una opposizione che sarà di palazzo e piazza servono generosità e rispetto reciproco (sapendo – e anche questo abbiamo spesso sottolineato – che le difficoltà le hanno loro e le abbiamo noi).
Il punto è che se vuoi evitare che tutto appaia una piroetta di potere, e se vuoi portare lì la tua gente e non solo un ceto politico, allora le ragioni del disegno vanno chiarite bene e i paletti che lo sorreggono piantati a fondo, altrimenti la tenda verrà giù al primo refolo di vento.
Quello che non si può fare neanche per un minuto è un gioco a somma zero, un braccio di ferro fondato tutto e solo sull’interesse di una parte o un partito. Avete presente il chicken game (il gioco del pollo o del coniglio)? La sua declinazione più famosa è la scena di James Dean in Gioventù bruciata, quella della sfida in macchina su chi frena per primo a ridosso del burrone. Ecco, per come siamo messi, qui non c’è uno che vince e l’altro no. Questa è una sfida che si vince o si perde assieme e la premessa per riuscirci è evitare di intraprendere una corsa a perdi collo verso il vuoto.
E’ difficile, faticoso? Sì e ce lo siamo ripetuto a noia, ma adesso la strada è quella.

Noi ci proviamo davvero (non per finta) e per questo abbiamo fissato i punti irrinunciabili che conoscete a memoria, un’Europa ripensata ma di cui sentirci parte, le politiche di accoglienza e sicurezza, una sterzata su crescita e lavoro nella sostenibilità, il primato della democrazia rappresentativa, una manovra dove impedire l’aumento dell’Iva.


Bisogna fare bene e presto, alle prese come siamo con una Germania ferma dopo 15 anni di crescita (le cause sono quelle: il rallentamento del loro export, la crisi dell’auto dopo il dieselgate, i problemi aperti nelle banche maggiori, Commerz e Deutsche). Mica per caso a Berlino pensano a uno stimolo fiscale di 50 miliardi (lasciandosi alle spalle il pareggio di bilancio), ma possono farlo perché hanno un debito al 60 per cento del Pil, non come noi al 133,7 ora e il 135,2 l’anno prossimo.


Insomma, ancora una settimana (forse qualcosa in meno) prima di giungere alla fine della crisi più rocambolesca di sempre (e di questo diario). Armiamoci di buon senso evitando di rinverdire il Manzoni (più o meno era così: il buon senso se ne stava acquattato per timore del senso comune).

Gianni Cuperlo – Diario della crisi, ventunesima puntata

I turbamenti del giovane Di Maio

Nella conferenza stampa a seguito delle consultazioni con il presidente incaricato, venerdì pomeriggio, il capo Politico del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio dichiara di aver consegnato 20 punti imprescindibili, senza i quali si va al voto. Il punto è che sono nuovi, diversi rispetto a quelli su cui da tempo si sta lavorando, e volutamente provocatori rispetto alle esigenze di discontinuità richieste dal PD e accolte da Conte (che è espressione del Movimento 5 Stelle).

Lui, uscito dal colloquio col premier incaricato, più o meno ha detto che il programma del futuro governo c’è già ed è quello del Movimento (dunque del governo precedente), che l’operazione si fa solo se il Pd (saremmo noi) è disposto a controfirmarlo nero su bianco, che i decreti sicurezza (nella sostanza) vanno bene come sono e che si tratta solo di imporre all’Europa la revisione degli accordi di Dublino, che Giuseppe Conte è un premier terzo, dunque neutro, e dunque (sotto testo) se un vicepremier ha da essere è bene siano due di cui uno dei 5 Stelle (sotto testo, cioè lui). Fine della esternazione.
Reazioni immediate quelle che avete ascoltato. “Ma allora vuole far saltare tutto?”, “ma che gioco è?”, “ma parla per sé o riflette il pensiero di tutti gli altri?”, “e Conte che fa? Si fa trattare a quel modo senza battere un colpo?”, “e il Pd tiene ancora sulla linea della discontinuità? Ma quale discontinuità?”, etc. etc.
Molto semplicemente se Di Maio ha cambiato idea non ha che da dirlo e si chiude la pratica. Ci saranno ferite da cucire e passaggi da spiegare, ma sarebbe comunque meglio che avventurarsi in una impresa di per sé complicata e trovarsi dal secondo giorno dinanzi a una situazione ingovernabile dove ciascuno se ne va per conto proprio. 


Noi abbiamo detto che non siamo disposti a rinverdire la filosofia del “Contratto” (due forze divise su tutto e tenute assieme dal collante del potere). Se poi lo schema del capo pentastellato è addirittura “io faccio partire il treno però la condizione è che voialtri manco salite sopra e al più lo spingete da fuori”, beh che volete, in quel caso mandiamo pure il convoglio al deposito e ognuno si attrezzi a raccogliere voti di popolo.

Anche perché oggi finisce il mese più caldo e quello di solito deputato a spezzare a metà l’anno politico. Da domani la vita normale (per chi si è potuto concedere una vacanza) riprenderà a pieno ritmo. Un tempo riaprivano in sincrono le grandi fabbriche e i cartelli “chiuso per ferie” si diradavano sino a scomparire. Anche per questo non la si può tirare in lungo. Per un problema di forma (e se la cosa corrisponde, bene ha fatto il capo dello Stato a negare altro tempo a una trattativa che se ha senso va chiusa nel breve) e pure perché sullo sfondo di questa estate incredibile rimane un dato certo: che l’Italia e chi ci sta continua a soffrire guasti e mali ai quali un governo dovrebbe dare risposta. Come per altro in diversi qui sopra avete più volte invocato.
Perché poi davvero i problemi ci sono, eccome se ci sono. 
Stamane (ma è la punta dell’iceberg) l’Istat dettaglia che le morti sul lavoro verificate da gennaio a luglio sono state quasi seicento. Dice anche che aumentano le patologie di origine professionale, 38.501 denunce (+2,7%, mille in più rispetto allo stesso periodo del 2018). Nella fascia 45-54 anni si contano 43 casi mortali in più (209 in totale), e in quella 20-34 anni 19 (100 in totale). 
Magari sarebbe il caso di partire da qui, da questa carneficina senza colpevoli dichiarati (mentre, come si sa, i colpevoli ci sono). E allora, tra le prime cose da fare va rivisto il ripristino del massimo ribasso nello “sblocca cantieri” e reintegrati i 450 milioni di euro nel triennio per la prevenzione e sicurezza.
Scontato dire che questo dovrebbe essere il momento della responsabilità. Fosse solo per i dati che descrivono l’impatto sui conti di una possibile soluzione della crisi. Poi capisco che fa molto più clima leggere l’ultimo sondaggio (pubblicato stamane da Pagnoncelli) coi 5 Stelle (effetto Conte) a guadagnare sei punti e la Lega a perderne quattro (noi sostanzialmente stabili). Però non sono quelli i numeri che pesano, ma altri.
Leggo dal Sole 24 Ore, sempre di oggi, che da quando il traguardo di una maggioranza diversa dalla precedente si è palesato il quadro è mutato. 
Per capirci, “se le aste di questa settimana, in cui sono stati collocati 9,25 miliardi di euro, fossero state effettuate il 9 agosto dopo l’annuncio della sfiducia al primo governo Conte, i costi per interessi sarebbero stati di 600 milioni in più”. E ancora, “se i tassi restassero ai livelli attuali anche nel 2020, il bonus potrebbe arrivare a ridosso dei 15 miliardi di euro”. 


Viceversa (così torniamo al discorso piazzato ieri dal capo politico dei 5 Stelle), le sue parole almeno un effetto hanno prodotto, anzi due: la chiusura in ribasso di Piazza Affari e un incremento dello spread. Non ditemi che la sinistra non può dipendere da Borsa e spread perché lo so da me, penso solo che in una vicenda complicata di suo anche le parole producono ricadute e ci sono momenti dove equilibrio fa rima con saggezza.

Gianni Cuperlo – Diario della crisi, ventitreesima puntata

Vicini alla meta.

Dopo le parole di Di Maio e la risposta del Segretario Nazionale Zingaretti “Patti chiari, amicizia lunga. Stiamo lavorando con serietà per dare un nuovo Governo all’Italia, per una svolta europeista, sociale e verde. Ma basta con gli ultimatum inaccettabili o non si va da nessuna parte”, il presidente incaricato Conte ha aggiornato il presidente della Repubblica e ad oggi il confronto sembra proseguire: da segnalare l’intervento di Beppe Grillo che ha raccomandato ai suoi ragazzi di non sprecare l’occasione, di pensare alla rivoluzione che investe il mondo e di lasciar perdere una querelle oziosa su posti, nomine, decaloghi da esibire. C’è da sperare che trovi ascolto perché lo spazio si è ridotto e tempo quarantott’ore bisogna dire con chiarezza se si taglia la meta o si rinuncia.  

Se tutto andrà fino in fondo le prossime tappe sono queste:

  • Lunedì 2 settembre gli iscritti del Movimento dovrebbero votare sull’alleanza con il Pd. E si dovrebbe esprimere la Direzione Nazionale PD.
  • Martedì 3 settembre Il Presidente del Consiglio incaricato dovrebbe tornare dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per sciogliere la riserva e presentare un documento programmatico e una lista dei ministri sulla quale confrontarsi con il Capo dello Stato.
  • Giovedì 5 settembre Il Presidente del Consiglio e i ministri potrebbero salire al Quirinale per prestare giuramento nel Salone delle Feste davanti al Presidente della Repubblica.
  • Venerdì 6 settembre Il governo si presenterà alle Camere per ottenere la fiducia. Venerdì potrebbe essere fissato il voto a Montecitorio e successivamente al Senato.

La parabola del capitano.

A poche ore dalla conclusione della crisi è utile guardare un po’ indietro nel mese più pazzo della politica italiana e vedere da dove si è partiti e dove si è giunti, e apprezzare la parabola del capitano leghista

un capo politico descritto e consacrato sino ai primi del mese come una furia imbattibile, un tornado dal quale difendersi nel solo modo pratico, chiudendosi in casa e rinforzando gli infissi con tavole e masserizie. Insomma il nuovo padrone della penisola con tutti gli arredi, Parlamento, Papeete, Rai sovranista, Nord accucciato, Sud implorante, e la benedizione di Putin, Orban e Bolsonaro. Un incubo.

Ma a quel punto quello che fa? 

Si tende lui una corda da un lato all’altro della strada e patapum si capitombola in beata solitudine abbandonato persino da un pezzo dei suoi che gli chiedono “ma che ti è saltato in mente?”. E rimane isolato a curare (con la famosa bestia) delle dirette Facebook (in concreto dei lunghi monologhi) caratterizzati da parole astiose verso i vecchi alleati (poltronisti è la più gentile) o irripetibili nei confronti degli avversari di sempre (che saremmo noi). 

La differenza col prima? 

Che non ride più, e neanche sorride, non manda bacioni, non mangia Nutella, non beve mojito e non carica dischi con le cuffie da dj. Purtroppo (e spiace) somiglia pericolosamente a Napalm51, la maschera di quel genio di Crozza cucita su misura per il prototipo dell’odiatore seriale. 

Non so, dev’essere come quando perdi la finale di coppa del mondo all’ultimo rigore. Lì per lì è un trauma e pensi “ma che sfiga”. Però è solo nei giorni a seguire che il pensiero si affina e matura la consapevolezza che un’occasione simile non ti capiterà per chissà quanto.

Ecco, la condizione psicologica del tifoso leghista in questa estate afosa dev’essere somigliata più o meno a una roba simile.

Mentre, a parti rovesciate, l’umore del militante di sinistra ricorda più da vicino la sorpresa di chi viene spedito in campo senza preavviso a cinque minuti dalla fine della partita decisiva, col mister che gli dice “ragazzo, il nostro destino è nelle tue mani, entra, buttati in avanti e fai gol”.

Ora, nei film (soprattutto se americani) questa roba funziona alla grande. Il giovane entra, magari non al primo tiro, ma al secondo ti inventa una sforbiciata micidiale e regala la coppa in un tripudio di ola e bandiere. Tutto sta a capire se nella realtà, almeno ogni tanto, lo schema si riproduce. Perché al punto in cui siamo tocca lavorare per questo.

Abbiamo deciso di entrare in campo e non abbiamo mai giocato assieme a metà della squadra che indosserà la stessa maglia. Dovremo avere molta pazienza, tenacia e intelligenza per impostare l’azione come piace a noi. 

E però meno di questo – intendo, meno di questa volontà – e non avrebbe avuto senso giocare.

Gianni Cuperlo – Diario della crisi, ventesima puntata

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