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“Divisi siamo niente, uniti siamo tutto”

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Alla fine dell’ottocento, durante le prime lotte operaie per la dignità del lavoro, Camillo Prampolini ricordava che “Divisi siamo niente, uniti siamo tutto.” Una lezione che la sinistra fa fatica ad imparare. La nascita di un nuovo contenitore, chiamato “Italia Viva”, è l’ultima iniziativa di frammentazione in cui il centrosinistra è specialista ormai. Ho vissuto molti – troppi – addii dal partito in cui milito da tempo. Alcuni con idee molto simili alle mie, altri meno. Quando qualcuno va via si è sempre un po’ più deboli. Si rompe una comunità e tocca soprattutto a chi resta raccogliere i cocci, ricostruire, rimotivare donne e uomini tanto critici ed esigenti quanto generosi nei confronti di coloro che hanno – o hanno avuto – responsabilità e ruoli. 

Rispetto le scelte. In questi giorni ho letto molte interviste, parlato con tante persone che hanno condiviso percorsi e idee con i promotori della scissione. Ne rispetto il travaglio e le difficoltà a capire come muoversi, ma con rispetto dico che i motivi e le ragioni alla base della scelta mi sembrano fragili. Se il punto è far valere alcune proposte e idee, occupando uno spazio con un soggetto nuovo, segnalo che quelle idee non diventano più forti perché le infili in un nuovo piccolo partito in quello spazio. Gia ingolfato. E non penso neppure valga il principio per cui “meglio fare il primo in Gallia che il secondo a Roma”, per avere più margini di manovra e gestire un nuovo soggetto basandosi solo sul carisma del leader. Che può anche essere il leader, ma si rinchiude ad esserlo in un contenitore piccolo e con meno capacità di costruire consenso.

Il rischio che vedo è quello di una alchimia da laboratorio, e può essere un problema per quello che dovrebbe essere l’obiettivo comune, di una azione di Governo compatta, quindi non frammentata ed efficace, nel contrasto alla destra e nella costruzione di un’alternativa. Dividere un fronte appena nato, proprio ora che ha bisogno di essere invece consolidato, rischia di essere un errore dagli effetti difficilmente calcolabili. Noi dovremmo dare radici alla nostra azione e impegnare tutte le energie in questo. Ma non c’è solo il Governo.

E qui sta il ruolo del Pd. Che rendono necessario un cambio di passo. Se centriamo la discussione sulla scissione, su chi ha fatto cosa a chi nel passato, su chi aveva ragione e chi torto, sul guardare ai moderati, sullo spirito originario del Lingotto, della fusione Ds-Margherita, non facciamo tanta strada. Per chi è nato nel 2000 e ha votato per la prima volta in questi anni, i Ds è il Nintendo e la Margherita una pizza. Non ci capisce nessuno se parliamo così.

C’è invece un mondo là fuori che chiede un’idea nuova di società, della persona, e qualcuno che abbia la forza di battersi per quelle idee e attorno a queste idee creare comunità e consenso. Gli strumenti vecchi non servono più, per orientarsi servono nuove bussole. Il nostro compito è rifondare tutto, riaprire, coinvolgere le tante energie nella società e ricostruire un orizzonte politico culturale che spieghino come rendere il mondo un po’ meno guasto. Dovremo lucidare parole antiche, ma sempre più attuali, sceglierne di nuove adatte ai tempi, per dire da che parte stiamo. Altrimenti il rischio è di stare in mezzo al guado, perché il modo più semplice di mantenere l’equilibrio, alla fine, è stare fermi. Ma non possiamo permettercelo. Per cui bisogna fare un passo avanti e avere il coraggio di essere radicali: il che, al fondo, vuol dire sapere mettere radici. Più saranno salde e diffuse, più forti saranno le idee e i valori che vogliamo far crescere. Perché in politica contano sì le persone, ma contano più le idee.

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