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Toti e il Recovery plan per la Liguria: un elenco senza strategia.

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Stiamo entrando nelle settimane decisive legate al futuro del Programma Next Generation EU e alla concreta applicabilità nel nostro Paese. Il programma – da oltre 750 miliardi di euro – è uno degli strumenti di investimenti più imponenti messi in campo dal dopoguerra ad oggi. L’impatto è potenzialmente enorme, e si tratta di una occasione che segnerà – come dice lo stesso titolo del Programma –  le prossime generazioni. Questo vale tanto più per il nostro Paese, al quale sono destinati 205 miliardi di euro, quasi un terzo dell’intero programma comunitario. Per dare un’idea delle dimensioni è stato calcolato che il programma Next Generation EU per l’Italia corrisponde a 18 Piani Marshall. È sbagliato ovviamente fare paragoni, ma è importante capire la potenzialità di questo strumento che ha sue caratteristiche peculiari che impongono scelte e cambiamenti radicali nel modo in cui ci si organizza a questa sfida, nella preparazione e nella gestione efficiente della qualità della spesa.

Si tratta di una partita complessa, che intreccia diversi aspetti e interlocutori. Il Next Generation EU è composto da vari fondi, ma il cuore è il cosiddetto Recovery and Resilience Facility, composto sia da prestiti che da contributi a fondo perduto. Compito dei Paesi membri è presentare un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza entro aprile 2021, dopo aver individuato le priorità, le strategie, le modalità di spesa dei fondi comunitari, ed il loro impatto sociale, ambientale ed economico. Il piano verrà valutato e si accederà poi alle risorse.

Sono 6 gli assi di intervento: Digitalizzazione ed innovazione, Rivoluzione verde e transizione ecologica, Infrastrutture per la mobilità, Istruzione e formazione, Equità, inclusione sociale e territoriale e Salute. Il 20% delle risorse dovranno essere destinate alla digitalizzazione e non meno del 37% alla rivoluzione verde e la transizione ecologica. Il piano si sviluppa in maniera rapida: il 70% delle risorse dovrà essere impegnato nel 2021-2022, il restante nel 2023, e complessivamente il piano si conclude entro il 2026. Solo il rispetto degli obiettivi, la capacità di dimostrare e misurare il raggiungimento degli obiettivi consentirà di accedere alla restante parte del fondo. E anche i progetti hanno delle condizionalità: oltre a rispondere ai 6 obiettivi, le opere devono essere cantierabili in tempi rapidi, e i progetti e le misure adottate devono avere impatti duraturi sul PIL e l’occupazione.

In tutto questo percorso, c’è il ruolo delle Regioni. In queste settimane stanno emergendo i vari contributi regionali al Piano. Ogni Regione ha scelto la sua modalità: La Liguria ha adottato a metà novembre una delibera di giunta che conteneva le richieste al Governo. Un documento scarno di analisi di contesto, al quale sono state allegate 168 proposte progettuali per una cifra complessiva di 24,5 miliardi di euro, accompagnate da una valutazione di priorità, fattibilità tecnica e tempistiche. La nostra regione si caratterizza peraltro per una proposta che vale quasi un decimo dell’intero piano nazionale, fuori scala rispetto a regioni vicine: il Piemonte ha individuato progetti per 13 miliardi, il Veneto per 17, cifra analoga il Lazio. Una cifra che è salita nel tempo (nella prima fase i miliardi individuati erano 7, poi diventati 18 e ora 24) e motivata da Toti con il mantra dell’eccezionalismo ligure rispetto al resto del Paese. Un eccezionalismo che in un certo senso esiste, e non è rappresentato però solo dai ritardi infrastrutturali, ma dagli indicatori socio economici di una regione sempre più divisa, con tassi di emigrazione giovanili da Sud Italia, e natalità azzerata; fragilità sociale e ambientale crescenti. 

Per affrontare queste sfide ci si aspetterebbero scelte forti, radicali, e strategie integrate. Invece la lettura del documento restituisce la costituzione di una mera lista della spesa, utilizzata spesso – come temevano gli osservatori più attenti – come l’occasione per le strutture e la burocrazia per aprire i cassetti di vecchi progetti e riproporli nel calderone.

A differenza di altre realtà, si è scelto infatti di demandare questo lavoro ad una cabina di regia composta da ANCI e autorità portuali e le loro strutture. Una cabina che ha lavorato durante l’estate in un quadro meramente burocratico-istituzionale, dove la reale partecipazione degli altri soggetti è stata minima se non assente e dove il percorso di attivazione dei soggetti dell’economia e della società civile è stata pressoché nulla. Il prodotto di questa cernita di progettualità è stato poi vagliato “politicamente” dalla giunta regionale, indicando la priorità politica, la fattibilità tecnica e le tempistiche. Ovviamente nessun passaggio preventivo in Consiglio Regionale e nessuna raccolta di valutazioni esterne.

E il risultato di questo lavoro è un rosario di progetti, debolmente connessi, che non restituiscono una idea della direzione necessaria da dare alla Regione. Nessun inquadramento strategico delle opere, nessuna analisi delle priorità.

Rispetto ai sei cluster fondamentali il piano è fortemente orientato al tema infrastrutturale, con opere necessarie (penso al raddoppio ferroviario Albenga-Finale Ligure e Parma-La Spezia, o agli investimenti sulle ciclovie e la mobilità sostenibile), a cui si aggiungono richieste per interventi che dovrebbero far parte degli investimenti dei concessionari (ANAS e ASPI, Trenitalia e RFI) e che invece troviamo collocati nel Recovery. Una scelta più politica che tecnica, depurata dalla quale il Piano assume cifre più ridotte, attorno ai 7 miliardi.

Andando oltre il tema infrastrutturale, la proposta ligure si conferma carente e fragile, e anche contraddittoria. Le parti della digitalizzazione e dell’innovazione non affrontano ad esempio il tema della PA nei piccoli comuni o della telemedicina; il tema della ricerca non lascia intuire progetti integrati di trasferimento tecnologico alle imprese e non assume quel ruolo centrale nella transizione ecologica giusta che dovrebbe avere. Il cluster legato all’ambiente e alla sostenibilità è invece poco coraggioso, senza progetti sistemici, con circa 300 milioni di euro destinati alla mitigazione del rischio idrogeologico, accompagnati dalla proposta di un nuovo inceneritore che mal si concilia con la transizione verde, per fare un solo esempio. I fondi destinati alla salute, sono nei fatti la riproposizione dei piani degli investimenti in edilizia ospedaliera mancati in questi anni, senza una nuova strategia di ridisegno della sanità, soprattutto di quella territoriale, dopo il COVID. Per la scuola e l’istruzione, il ragionamento è analogo, con la previsione – scollegata da qualsiasi ragionamento – di ipotetici nuovi poli scolastici la cui effettiva realizzazione in tempi brevi sembra quantomeno dubbia. E ancora più laconico il cluster dell’equità territoriale e dell’inclusione sociale, che si concentra sul tema della rigenerazione urbana, senza nessuna ulteriore misura di riduzione delle disuguaglianze.

Nel complesso il piano della Regione concentra l’azione sulla costruzione di “contenitori” (scuole, ospedali, infrastrutture materiali) che rischiano di non essere collegati da una strategia d’insieme rispetto alla direzione da dare alla Regione. E sono evidenti le lacune. Non esiste nessuna proposta sull’occupazione femminile, sulla conciliazione dei tempi di vita e lavoro. Nessuna proposta sul tema della casa, a partire dalla sfida del recupero e dell’efficientamento energetico del patrimonio edilizio delle ARTE e degli edifici pubblici. Nessuna strategia per ridurre i divari territoriali della nostra Regione. Nessuna misura per le nuove generazioni, per favorire l’occupazione giovanile e per garantire il diritto a restare e a costruirsi autonomia. Perché ad esempio non utilizzare il recovery fund per sperimentare la dote d’autonomia nella nostra Regione? 

In sintesi, è un piano di status quo, poco green e che non vede le donne, i giovani, e i territori marginali e le fragilità. Ma la fotografia è coerente con il disegno politico della destra ligure. Nella presentazione delle linee di mandato, Toti ha descritto questi ultimi anni come un percorso segnato da tragedie e calamità (il crollo del Morandi, l’emergenza climatica, il COVID), però lette come degli stop rispetto ad un percorso lineare. Un’idea che Toti ha sintetizzato con una frase: “Non cambieremo il nostro modello di sviluppo”. Mentre tutti si interrogano sul fatto che dopo il COVID il mondo non sarà più lo stesso, la Liguria si mantiene in questa bolla di irrealtà, di protezione delle rendite per pochi e di decrescita infelice per gli altri, attenta al consenso sul breve, cieca al cambiamento e alle sfide che abbiamo di fronte.

La sfida del Next Generation EU, invece, dovrebbe essere quella di contribuire al cambiamento del modello di sviluppo e di liberare il potenziale di tutti i territori: gli attori istituzionali e non solo dovrebbero focalizzare le strategie, le priorità stringenti e attivare le progettualità integrate sui territori, adattandole al contesto e nel contempo, mettendo in campo un’azione e una innovazione generazionale e culturale della PA, assieme la costruzione di una nuova efficienza amministrativa. Un tema che non è secondario rispetto all’esito del Recovery Plan.

Di fronte al rischio concreto di non cogliere pienamente l’occasione del Recovery, per la Liguria, c’è la necessità urgente di recuperare una discussione sul futuro della nostra Regione e su una programmazione futura, amplia e partecipata. E i temi strategici sono enormi: dallo sviluppo sostenibile,  alla cura, dalla casa, alla mobilità, dagli spazi collettivi alla rivoluzione digitale giusta, dal rinnovamento della Pubblica Amministrazione, alla crisi climatica, all’equità generazionale e di genere. 

Uno strumento partecipativo e strategico che possa contribuire in questo senso c’è già: si chiama Patto per il Lavoro, introdotto, grazie ad un nostro emendamento, a fine 2019, mai avviato. Vogliamo riproporlo sin da subito come “Patto per il lavoro e per il clima”: una sede in cui – in un confronto attivo con le forze economiche, sociali, le associazioni e i soggetti attivi nello sviluppo sostenibile – si possano mettere a sistema le priorità e i progetti su cui orientare e agganciare  gli investimenti dei prossimi anni. Quelli previsti dal Recovery, ma anche gli obiettivi la nuova programmazione comunitaria e le linee di azioni regionali. Uno strumento integrale che dia maggiore ruolo alle comunità e ai territori nella ricostruzione di un nuovo modello di sviluppo: dove i progetti siano un tassello di un’azione più collettiva, centrata sui saperi e sulle competenze, sulla centralità della scuola e della sanità, dei beni pubblici e della rivoluzione digitale. E uno sviluppo che sia sempre più equo, che riduca le disuguaglianze, che punti sul capitale umano e favorisca la transizione ecologica. È questo il senso complessivo della sfida che abbiamo di fronte.

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